Dopo la sentenza della Cassazione i CCNL sono ancora fonte esclusiva primaria della retribuzione?

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Il Sen. Maurizio Sacconi, già MInistro del Lavoro e presidente della Fondazione Marco Biagi, interviene sulla sentenza della Cassazione sui minimi contrattuali.

Che la sentenza della Cassazione relativamente al richiamo all’art. 36 della Costituzione secondo la quale un lavoratore dovrebbe avere diritto a una retribuzione tale da consentire una “esistenza libera e dignitosa” fosse dirompente lo abbiamo già rilevato, così come lo ha fatto Simone Pieragostini nella nota che abbiamo pubblicato ieri.

Sull’argomento interviene oggi il Sen. Maurizio SACCONI, parlamentare per 27 anni e già ministro del Lavoro, sottolineando come la sentenza vada lette in modo ancor più ampio poichè, oltre a mettere in discussione i minimi sariali contrattuali,  pone anche il tema dei minimi salariali che andrebbero considerati sulla base del territorio.

Già il  titolo dell’intervento del Sen. Sacconi :  ” Art. 36 Costituzione: le parti sociali definiscano i perimetri contrattuali territoriali in un Paese dai profondi divari economici e sociali” mette bene in luce quanto la sentenza della Cassazione possa mettere in discussione alcuni aspetti, fin qui considerati quasi immutabili, dei Contratti nazionali di Lavoro che andrebbero, a suo parere, probabilmente ridefiniti.

Secondo Sacconi : ” Volendo comunque considerare il trattamento economico complessivo su base oraria quale indicatore, secondo un elementare osservazione, può dare luogo a una “esistenza dignitosa” in un territorio e non determinare lo stesso esito in un altro….e nemmeno la legge, stabilendo una cifra unica, sarà al riparo dall’intervento giurisprudenziale che ha la pretesa di assumere a riferimento la Costituzione.” 

Riflessione importante che viene dal presidente della Fondazione Marco Biagi, e che ancora una volta pone il tema della differenza in termini di retribuzione tra territori nei quali il costo della vita sia diverso.

E, dice ancora Sacconi:

“Prendiamo quindi atto dei limiti (della legge e) del contratto nazionale, che tuttavia può ancora contenere principi nonché sostenere i fondi dedicati alle prestazioni sociali complementari in materia di sanità, previdenza e assistenza data la necessità di una adeguata massa critica per assorbirne i rischi crescenti. Ma non è più idoneo a stabilire inquadramenti e retribuzioni in quanto si devono adattare al contesto quanto meno territoriale per le piccole imprese.  Questi accordi dovrebbero poi essere cedevoli rispetto a quelli aziendali quando si producono.”

Non possiamo a questo proposito ricordare come questa Federazione da anni sostiene che vi sia la necessità, pur nel rispetto del necessario quadro contrattuale nazionale, operare una differenziazione che tenga in considerazione il costo della vita a livello territoriale e non semplicemente quello medio nazionale. I dati ISTAT  per valutarlo ci sono, ma oltre che discutere di salario bisognerebbe sempre più fare riferimento anche a parametri diversi e in primo luogo al welfare e alle possibilità di creare situazioni di vita e lavoro più adatte al contesto territoriale in cui l’azienda si trova ad operare.  Fare azienda ed essere lavoratore a Milano è ben diverso dal farlo in Molise, tanto per citare l’esempio richiamato da Sacconi.

E in prossimità di rinnovare il nostro contratto Nazionale di Lavoro non possiamo fare a meno di tenerne conto.

Insomma, come andiamo ripetendo da tempo, ci vuole più coraggio anche nella contrattazione e non rimanere perennemente e per sempre vincolati al passato e con la testa rivolta all’indietro.

A noi il coraggio non manca, ma per farlo bisogna essere in due.

QUI L’ARTICOLO DI SACCONI