LA CRISI FARLOCCA DI CONFESERCENTI E ASSIPAN

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credits: www.facciabuco.com“ chi sa fa, chi non sa parla” (frase filosofo cinese Lao Tsu del 400 a.c.), che aggiornata ad oggi, potrebbe suonare più o meno come “chi sa fa, chi non sa raglia … alla luna”.

Né altrimenti possiamo considerare i continui pagnistei che, emettono Confesercenti e Assipan, oramai indissolubilmente legati, probabilmente consapevoli che la crisi, prima di tutto, sta toccando acutamente la loro rappresentatività reale, perlomeno nell’ambito della panificazione italiana.

Ci hanno provato ieri con l’antitrust e il ritiro dell’invenduto, ci riprovano oggi denunciando uno stato di crisi apocalittica che, in realtà, sarebbe sicuramente corretto definire “di difficoltà “ ma altrettanto certamente meno grave di quello che hanno attraversato e stanno attraversando le piccole imprese del commercio alimentare letteralmente falcidiate dalla GDO negli ultimi vent’anni.

Alla fine degli anni ‘90 si parlava di oltre 120 mila imprese alimentari e di 25 mila di panificazione. Oggi quelle alimentari familiari sono praticamente sparite e quelle poche rimaste sono invendibili, mentre i panifici sono all’incirca 22mila e, magari con difficoltà, ma hanno ancora un loro mercato.  Chi, come il buon Trombini di Confesercenti, parla di aziende con un dipendente di media a testa ignora che i dipendenti censiti sia dalla SOSE (Studi di settore ed Agenzia delle Entrate) che dall’Ente Bilaterale della Panificazione (di cui pure Confesercenti fa parte ma, come si dice, io non c’ero, e se c’ero dormivo….) sono mediamente 4 per azienda.

Eppure sia Confesercenti che Confcommercio hanno sempre rappresentato prima ancora che i panificatori il commercio e la distribuzione alimentare ma senza mai chiedere per quest’ultimo lo stato di crisi e lasciandolo morire sotto i colpi della grande distribuzione.     Com’è che i fornai tutto ad un tratto sono diventati i figlioli prediletti di questa gente? Non satrà proprio perché, paradossalmentre, è una delle poche categorie che pur con difficoltà, resiste alla crisi economica nazionale?

Oggi si sono tutti innamorati della panificazione, un settore nel quale la loro rappresentatività complessivamente non è solo minoritaria ma del tutto inconsistente.  E infatti, non a caso, raramente si fanno vedere nelle sedi istituzionali dove si gioca la vera tutela della categoria.  Si svegliano d’estate, per andare sui giornali a strombazzare di crisi e di rivendicazioni che sanno essere inesistenti.

Panificatori Fiesa- Confesercenti e Assipan-Confcommercio sono organizzazioni entrambe ridotte a nominare presidenti gente che del pane oramai sente solo parlare ma che non tocca un impasto da lungo tempo (quello di assipan fa il pensionato e l’altro, di Confesercenti , è talmente fornaio da non applicare neppure nella sua azienda il contratto della panificazione che pure da presidente di categoria ha sottoscritto… ma non per lui, solo per gli altri…). Organizzazioni consapevoli non solo di non rappresentare se non una minima parte della categoria ma anche e soprattutto incapaci di qualunque lavoro serio per dare nuovi strumenti ai panificatori per stare sul mercato, che non riescono a fare altro che alzare alti guaiti lamentosi invocando “stati di crisi” del settore anzichè lavorare seriamente sulle cose da fare per consentire alla categoria di affrontare  i cambiamenti di mercato in modo serio e tale da produrre risultati concreti.

Che il settore stia attraversando un periodo molto difficile nessuno lo nega : ma che non sia l’unico a trovarsi in difficoltà, così come lo è gran parte se non tutta l’economia italiana è cosa ovvia.  I dati ( farlocchi) che i due dell’apocalisse riportano sono smentiti da quelli ufficiali. Ma, anche posto che fossero veri, basterebbe ricordare come tutti i consumi alimentari abbiano subito trasformazioni profonde negli ultimi decenni: né è un caso classico il vino il cui consumo si è ridotto di oltre il 70  % ma che quel 30% rimasto costituisce oggi uno dei settori di punta sia nei consumi nazionali che nell’export mondiale. Il tutto, grazie a poche e chiare parole d’ordine quali qualità, identità e sintonia con la natura.  Lavoro difficile, certo, ma chi lo ha percorso oggi nn teme né crisi ne concorrenza.

Ma tornando ai nostri eroi, c’è qualcos’altro in cui entrambi i nostri eroi primeggiano alla grande: attribuirsi  i meriti del lavoro altrui, come nel caso del pane fresco. Una norma nata e scritta oltre 14 Anni fa  interamente all’interno della federazione italiana panificatori, ripresa ed aggiornata dall’On. Romanini sempre e soltanto con la nostra collaborazione.

Chi, come Assipan , oggi va sbandierando come diritto la libertà di somministrazione nei panifici ha la memoria corta, tanto corta da dimenticare che quando questa federazione presentò ed ottenne dall’On. Bersani il consumo immediato era talmente contro da andare davanti al Parlamento a lanciare panini contro i deputati. Una vergogna per tutta la categoria che mai si è riconosciuta in comportamenti indegni  come questi.

Certamente, calano i consumi di pane e cresce il numero delle imprese che con difficoltà affrontano il proprio futuro.  Ma la risposta non sta nel chiedere uno stato di crisi che, come tutti sanno, non è altro che l’anticamera della morte dell’impresa. Al ministero dello Sviluppo economico sono aperti ad oggi oltre 100 tavoli di crisi, dall’ILVA di Taranto a Mercatone UNO, da Alitalia a Stefanel, da Whirpool a natuzzi fino alle crisi complesse di area come quella del fermano – Maceratese.  Migliaia di lavoratori a rischio disoccupazione , giusto per fare degli esempi.  E ora ci aggiungiamo i panificatori?

Ma, forse, da un ipotetica (quanto improbabile)  dichiarazione di crisi queste organizzazioni probabilmente sperano di trovare nuovi spazi di manovra per sguazzare, visto che il laghetto attuale si sta prosciugando…. E, ovviamente, ai fornai in vera difficoltà non saranno eventuali quattro lire di elemosina a risolvere il problema.

Noi invece crediamo che se cambia il mercato, si modificano gli stili di acquisto e di consumo e con loro di conseguenza cambiano anche  le scelte alimentari, si debba lavorare per dare alle imprese strumenti e prospettive adeguati a tali cambiamenti, ridare loro il coraggio di investire nuovamente nel loro lavoro, far si che i nostri figli proseguano con entusiasmo in questo faticoso ma anche bellissimo lavoro almeno per chi, come noi, lo fa tutti i giorni e tutte le notti .  E questo significa portare avanti nuovi modelli di contratto di lavoro, nuove norme di produzione e vendita dei nostri prodotti, assicurare una presenza assidua e costante nelle sedi istituzionali quali sono ad esempio le commissioni per gli studi di settore e l’agenzia delle Entrate.  Tutte cose sconosciute a questi signori che puntano solo e soltanto ad una facile quanto inutile visibilità basata sul vittimismo sui giornali e mezzi di informazione.

Ma evidentemente di pane e di fornai questi ne sanno ben poco, né si rendono conto di quanto discredito gettino sulla categoria e quanto spengono l’entusiasmo di tanti nostri giovani verso questo lavoro, negando loro prospettive e futuro.

asinello che raglia

 

Lasciamo dunque volentieri guaire e uggiolare chi non sa far altro che chiedere senza nulla proporre che non sia aria fritta per fare notizia.   Anche perché, per fortuna, i fornai italiani sanno ancora distinguere e bene il grano dal loglio e non sono disposti a farsi prendere in giro da questi tribuni da quattro soldi.